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Perduta la coscienza,
dispersa la passione,
troppo rimane in giro
della passata essenza,
come se del respiro,
riacceso, ancora vivo,

Le fils de l'homme

servisse all’esistenza
un morso d’emozione.
Vestito su misura
cucito all’occorrenza,
arcana conclusione
d’una feral sentenza!


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Ho incontrato per anni la tua mano
nella carezza schiusa del commiato,
che ogni inizio scandiva quotidiano.
Ogni giorno ho sfiorato le tue labbra,
un bacio nella corsa del mattino,
fiorito come un fiore dentro l’ambra.
Ripenso al tuo saluto adesso, invano,

Chagall, L'anniversaire 1915

già nel ricordo è opaco, ormai lontano
da questo tempo stanco e addormentato.
Ho lasciato per sempre la tua mano,
ho perduto per sempre le tue labbra
nel vezzo che credevo un po’ abusato,
nel fiore ch’è sfiorito dentro l’ambra
del rito quotidiano del commiato.


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Il 12 novembre scorso, promossa dall’Associazione Achille Basile – Le Ali della Lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, si è tenuta, presso il Circolo Nautico Stabia di Castellammare di Stabia, la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2015, che è consistita in una conferenza su “L’utilità dell’inutile”. Ho pensato di introdurla elencando alcuni episodi salienti della mia vita, perché da questi ho appreso quanto possano essere distanti dall'”utile”, nella sua accezione corrente, i campi dello scibile, ai quali ho avuto modo di accostarmi, a cominciare dagli studi classici, passando per gli studi di chimica e riapprodando, infine, alla poesia. Nel seguito, ci sono stati gli interventi di Matteo Palumbo ed Enza Silvestrini, i quali si sono entrambi soffermati in modo particolare sull’utilità della poesia. Enza ha proposto interessanti squarci sul pensiero di Paul Valéry, sottolineando il valore della poesia come strumento per fissare le emozioni ed anche, attraverso la sua esperienza nel P.E.N. Club, di cui è responsabile per la regione Campania, come mezzo di espressione del libero pensiero. Dal suo canto, Matteo, soffermandosi sulla poetica di Italo Svevo, ha sottolineato come solo l'”inetto” possa, attraverso la letteratura, ridar valore all’esistenza e recuperarne i momenti significativi. Mediante alcuni esempi tratti dall’opera di Leopardi, egli ha anche evidenziato come le parole in poesia siano collegate da schemi che non ricorrono in prosa. A conclusione della serata, ho proposto una lettura di una poesia di Richard Feynman, geniale fisico statunitense, premio Nobel nel 1965, capace di incursioni significative in campo letterario. Ve ne propongo l’originale e, di seguito, l’adattamento in lingua italiana, che ho realizzato per l’occasione.

Carmen Matarazzo Matteo Palumbo


There are the rushing waves
mountains of molecules
each stupidly minding its own business
trillions apart
yet forming white surf in unison.
Ages on ages
before any eyes could see
year after year
thunderously pounding the shore as now.
For whom, for what?
On a dead planet
with no life to entertain.
Never at rest
tortured by energy
wasted prodigiously by the Sun
poured into space.
A mite makes the sea roar.
Deep in the sea
all molecules repeat
the patterns of one another
till complex new ones are formed.
They make others like themselves
and a new dance starts.
Growing in size and complexity
living things
masses of atoms
DNA, protein
dancing a pattern ever more intricate.
Out of the cradle
onto dry land
here it is
standing:
atoms with consciousness;
matter with curiosity.
Stands at the sea,
wonders at wondering: I
a universe of atoms
an atom in the Universe.

Enza Silvestrini Raffaele Ragone



Onde s’infrangono
ammassi di molecole
e ognuna pensa da idiota alle proprie faccende
miliardi di miliardi distanti
eppure plasmando all’unisono candida spuma.
Millenni su millenni
prima che un occhio potesse guardarle
anno dopo anno
facendo fragore come ora tempestando la riva.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
che non ha alcuna vita.
Non riposano mai
tartassate dall’energia
dal prodigio dilapidato dal sole
travasato nello spazio.
Un’elemosina fa mugghiare il mare.
Nell’azzurro profondo
tutte le molecole ripetono
l’una dell’altra gli schemi
finché complessi se ne formano di nuovi.
Rendono le altre uguali a se stesse
e ricomincia la danza.
Crescendo in dimensioni e complessità
le cose viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano in geometrie ancora più intricate.
Fuori dalla culla
sulla terraferma
eccolo
in piedi:
atomi e coscienza
materia e curiosità.
Sta di fronte al mare,
stupore stupito: io
un universo di atomi
un atomo nell’Universo.


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Ascolta, allor che s’alza sul crinale
il giorno e ad esso alludono barlumi
tra i cespugli, rompendo ai porcospini
il primo sonno, tu guarda il cratere,
a settentrione, indugia sulla fascia
della costa, la battima scandaglia,

the-boy

come se fosse l’orizzonte il litorale.
Indaga alle pendici, sotto i pini,
dove s’incarna tra ruderi e cimase
la Morgana. Lì votati alla scienza,
conforma al suo disegno l’esistenza.


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Bada, quando guardi verso il mare,
torvo alle spalle tenendo il cratere,
se scorri l’orizzonte col pensiero,
c’è verde a meridione, che si mischia
a foschie, sopra una costa d’albatri

little-girl-in-blue-1918

e calcare. Passa oltre, non indulgere
alla brama, di scrutarne la Morgana
non tentare, ché infida vi s’intana
e il suo piano solerte vi architetta.
Col Fato il tuo destino vi progetta.


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Lasciai tutto, tutto volli lasciare,
per inseguire chimere d’oltremare.
Studi e parenti, monti e monumenti,
gli indirizzi trascritti in un quaderno,
i fichi d’India, gli olivi del Cilento,
lavoro, motoretta e mosso il mare,
che ancor m’intenerisce questo cuore.

giuseppe-migneco-partenza-emigrante

Lasciai tutto, tutto dovetti lasciare,
la mia vita è stata un viaggio eterno,
al vostro mondo un perenne ritornare,
dispensando ricordi a tempo alterno.
Lasciai tutto, tutto pensai di lasciare,
il tetto patrio scrutando dall’esterno,
e il tempo non è più di rincasare.


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Quell’angolo d’azzurro il sole fruga,
dove guardasti il cielo nel tramonto,
del turbamento tuo l’istante dissipato,è tramontato

ed a chi ancora scruta quell’incanto,
l’attimo sfuggito, il chiodo ribadito,
il cruccio che l’incendia non si fuga.


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Dei gravi l’innegabile influenza,
sancita nella legge d’attrazione,
dei fiori l’odorosa inconsistenza,
tripudio dell’umana percezione,
dei corpi l’illeggibile esistenza,
nei geni doppiamente avvolta.
Di tutto la fedele annotazione,
sfuggente, senza meta, fissata
attentamente nella radiazione
luminosa, immutabile illusione,

the-light-and-so-much-else-1931

salvata nella luce che s’incurva,
trasportata dal quanto d’un fotone,
impassibile alle beghe, alloggiate
in altra parte, dal campo attratte
spazio-temporale, dove s’estende
il nostro indugio, ancora attende
il tempo che l’usuri, l’occasione,
che la disfi nella fisica illazione.
Dove, forse, la sembianza si preserva
d’ogni corpo, ma senza la coscienza.


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Vi chiedo perdono in anticipo, quest’oggi, per una piccola coda polemica, che scaturisce dalla lettura di un articolo, pubblicato in GrecoLatinoVivo da tal Giampiero Marchi. Questi, non senza argomenti, vi spende parole a favore dello studio del latino e del greco antichi. All’articolo sono giunto attraverso un link di Facebook, ma non vi rimando ad esso. Preferisco, invece, invitarvi a leggere, per ragioni che comprenderete, la copia integrale, che ne ho fatto in data odierna e che riporto qui di seguito: Perché far studiare il latino (ed il greco) ai nostri ragazzi nell’era di Internet. In verità, alcuni giorni fa, in un commento all’articolo suddetto, proponevo una mia riflessione sul tema, ricavandone, come unico riscontro, peraltro non commentato da Giampiero Marchi, la supponente, nonché anonima, risposta di tal Topo Gonzo, il solo ad entrare nel merito. Sulla reale identità di costui l’immaginazione non mi consente voli eccessivi, ma illaziono che la provenienza possa essere Topgonzo’s Blog – Antologia di topogonzo (e nugae varie), i cui svariati redattori (che, in un eccesso di autostima e di autoindulgenza, si riconoscono nella categoria dei fessi), attenendosi tutti ad un rigoroso anonimato, sembrano dilettarsi di cultura umanistica. Vi rimando al commento, perché possiate farvi un’idea della protervia che anima certi sedicenti umanisti. herkulaneischermeister002b

Ciò detto, vi invito a rileggere attentamente l’articolo di Giampiero Marchi. Noterete che al sesto capoverso esso recita, testualmente: “Quando mi sono iniziato ad interessare alla Didattica delle Lingue Classiche, …”. Il suddetto Topo Gonzo, che pure dà mostra di saperla lunga, non fa una piega, ça va sans dire. Io mi domando, invece, se un umanista possa esprimersi in siffatto italiano, se un secondo (putativo) umanista non senta dei brividi percorrergli la schiena e se tutto questo, nel suo complesso, giovi alla causa del latino e del greco, oltre che alla cultura umanistica. Evidentemente, a tal fine, non è sufficiente sostenere che il metodo Orberg o metodo natura per l’insegnamento del latino e del greco antichi, pubblicizzato nel blog GrecoLatinoVivo, sia una valida alternativa al metodo tradizionale, né è sufficiente dichiararsene esperti. “Alla faccia del bicarbonato di sodio” – avrebbe chiosato il compianto Totò.


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Assodata la mancanza.
Impensabile l’assenza.
La dissonanza è questa,
adatta all’occorrenza.
Ti frulla nella testa,

attempting-the-impossible

ti fregia l’esistenza.
Scontata consonanza,
coniata per chi resta,
che al caso ben si presta
in codesta circostanza.

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